Inizia domenica prossima il tempo dell’Avvento: un tempo che ci prepara al Natale, ma che soprattutto ci invita a riflettere sul senso dell’attesa e su Chi realmente attendiamo.
Il popolo di Israele, ormai incastrato nella propria routine, viveva le tradizioni non come memoria viva per affrontare il presente, ma come rifugio per non cambiare nulla, mantenendo il potere sempre nelle stesse mani.
Anche noi oggi corriamo lo stesso rischio: continuare a guardare al nostro tornaconto, a ricordarci quanto siamo bravi, a pensare che autocelebrarci sia motivo di gioia e prestigio.
In realtà cresce davvero chi sa attendere il nuovo; chi ringrazia per la storia, ma senza fermarsi a compiacersi e raccontarsi quanto è bravo; chi vive le occasioni e le ricorrenze come un passo in avanti verso il Signore.
Anche il Natale può diventare una festa scontata che ritorna, oppure un evento nuovo che decidiamo davvero di attendere.
Per poter attendere, però, occorre riconoscere di non avere già tutto; occorre accorgersi del bisogno, perché piccola cosa è la nostra gloria di fronte all’universo e alla grandezza del mondo. Piccola cosa sono le nostre conquiste se non affondano le radici nella gloria del Signore e nella testimonianza della sua Presenza.
Che questo Avvento sia allora un’attesa vera: un’attesa che nasce dal desiderio di cambiare, dal desiderio di felicità, dalla volontà di non accontentarsi di un passato in cui rischiamo di adagiarci, senza più guardare al futuro.